LIBANO, TRA FUOCHI E MARE

Esempio di un viaggio studio utilizzato per educare alla cittadinanza globale
Liggi, Davide (2023). LIBANO, TRA TERRA E FUOCHI Esempio di un viaggio studio utilizzato per educare alla cittadinanza globale. In: GLOCITED - Editorial Series on Global Citizenship Education. DOI 10.6092/unibo/amsacta/7390

Abstract

Il testo che segue è frutto delle impressioni accumulate durante il viaggio-studio effettuato in Libano nell’ambito del “lavoro di campo” previsto dal corso di “Competenze di cittadinanza globale – LM”, tenuto da Prof. M. Tarozzi da marzo a maggio 2023, cui ho attivamente partecipato. Trattasi dunque di una pagina di diario di viaggio, o quasi. Il corso, diviso in tre moduli e con un approccio interdisciplinare, era volto alla promozione di una coscienza critica sui temi della cittadinanza globale e, più in generale, a favorire la partecipazione attiva alla vita civica. Il gruppo selezionato per il viaggio, composto da 5 student* magistrali e 2 dottorand* Unibo, accompagnat* da Prof. M. Tarozzi, ha visitato Beirut a maggio 2023. Contestualmente, nell’ambito del progetto di scambio internazionale “Global South 22-23”[1] (coordinato da Prof. F. Del Lucchese, Unibo), un gruppo di student* accompagnat* dalla Prof.ssa Carmen Abou-Joudé (USJ) ha visitato Bologna a giugno 2023.

TESTO

1. Introduzione

Può sembrare, quello del titolo, un accostamento di parole ai limiti dell’ossimoro. In realtà rende perfettamente, a mio avviso, l’atmosfera che si respira in terra di Levante. E ciò per svariate ragioni. 

Prima fra tutte il clima: a Beirut l’aria è pesante, densa, stagnante. Sembra che un incendio sia appena stato domato. Che sia quello post-rivoluzione del 2019 o post-esplosione del 2020 nel porto di Beirut (o entrambe le cose), è difficile a dirsi. Percorrendo il famoso lungomare di al-Manara si intravede verso Sud una massa aeriforme di foschia mista a smog: triste risultato dello sfogo di migliaia di generatori cittadini che sopperiscono alla penuria di energia elettrica che da mesi affligge l’intero paese. 

Lo dimostrano, in secondo luogo, l’urbanistica e il paesaggio: la capitale è un concentrato di palazzoni iper-moderni, esito di una folle speculazione edilizia post-guerra civile, e di altrettanti palazzi-relitto lasciati a decomporsi al loro fianco, questi ultimi divenuti “case di fortuna” per le decine di mendicanti adolescenti che, passeggiando per le strade, spesso ci hanno accompagnato. Similmente alle grosse metropoli del c.d. Sud del mondo (penso a Buenos Aires o, in maniera diversa, alla “nostra” Napoli), i machiavelliani umori (Machiavelli, 1984) dei pochi ricchi e dei molti poveri convivono a Beirut, sempre problematicamente, gli uni vicini agli altri, pronti ad accendersi: a darne prova sono sentinelle e telecamere (più o meno fisiche) da una parte, fili spinati, macerie e fori di proiettili di lunga data dall’altra.

Infuocati, in generale, sono stati i cinque giorni da noi trascorsi in Libano. Un programma serrato di attività, con numerosi organismi ed enti coinvolti che hanno dato forma alla settimana di field work, avente gli obiettivi da un lato di trattare i temi della giustizia transizionale, della memoria, della violenza politica e del terrorismo, oltre che, soprattutto, quelli delle migrazioni intra- e inter- nazionali, della globalizzazione e dell’educazione alla cittadinanza globale (ECG); dall’altro, di farlo attraverso pratiche educative alternative, con un approccio multidisciplinare e multilingue. La tesi che sostengo è che l’intera gamma di attività svolte possa essere il riflesso di quella che Andreotti (2006) e Tarozzi (2019, p. 3) definiscono «critical GCED». Se io ravviso una linea di continuità abbastanza esplicita tra il programma del corso di “Competenze di Cittadinanza Globale”, attività svolte in Libano e in Italia e temi della critical ECG, un lavoro teorico-pratico che lo dimostri in maniera esauriente rimane ancora da pensare e svolgere.

2. Attività[2] e ECG critica.

La visita guidata da Mona Hallak alla “Yellow House”, oggi “Beit Beirut”, storico edificio al centro della Green Line (la nota via che separava Beirut Est da Beirut Ovest durante la guerra), è stata una delle prime attività svolte: all’interno, arte restaurativa postmoderna e filantropismo francese si fondono, e il tanto materiale presente ha fatto da contrasto al poco tempo che abbiamo avuto per una sua analisi approfondita e una riflessione di gruppo – ma è questa, più in generale, una “lieve” mancanza estendibile all’intero soggiorno in Libano.

Il palazzo, ex dimora della famiglia palestinese Barakat, ma – si narra – anche sede di comizi e adunanze dei seguaci falangisti di Pierre Gemayel, è stato durante tutta la guerra punto strategico per cecchini di opposte fazioni. Fuochi di proiettili si sono incrociati qui per quindici anni. Ed era fuoco, d’altronde, quello che ardeva negli occhi di Nassim Assaad (ex miliziano e ora attivista per l’ONG “Fighters for peace”) quando ci ha guidato sino all’incrocio con il “Barakat building” proprio lungo la Green Line, condividendo la sua storia di combattente e la scelta successiva di entrare a far parte di una ONG: il volto scavato, gli occhi lucidi e l’incedere deciso mentre raccontava, tra una sigaretta e l’altra, ci hanno trasmesso molto più del suo arabo (seppur tradotto). Didattica esperienziale, condotta direttamente sul campo, che ho trovato estremamente formativa e in linea con gli obiettivi del progetto e del corso.

Tra bidoni di acqua, copertoni di pneumatici e fili elettrici volanti, siamo riusciti ad accedere anche al campo profughi di Shatila, una bomba sociale a orologeria già implosa in passato e che rappresenta, insieme agli altri campi profughi presenti in Libano, un gigantesco problema politico-economico per il paese. Certo non “il problema” tout court – come vorrebbero invece dare ad intendere i leader politici libanesi, facendola passare per una questione razziale. A Shatila, per esempio, sono ormai proprio libanesi e siriani ad abitarci in maggior numero, mentre i palestinesi di stanza sono sempre di meno – ci dice “Basmeh & Zeitooneh”, ONG che ci ha accolto nel campo e ci ha descritto la sua storia e il suo funzionamento attraverso una lezione partecipata. È stata precisamente questa visita a farci toccare con mano alcune delle cause e delle conseguenze della globalizzazione, dei conflitti internazionali e del (de)colonialismo in Medio Oriente. In questo senso, mi pare sia emerso proprio qui, in maniera preponderante, l’intento di affrontare sul campo tematiche cruciali di un approccio critico alla ECGquali la giustizia sociale e il postcolonialismo.

Altra tematica centrale affrontata è stata proprio quella politica. Perché è tutt’attorno a questa che gira il paese, di fatto preda della lunga scia di una rivoluzione passiva, per dirla con Gramsci (Gramsci, 1975). Il conflitto civile libanese è ufficialmente finito nel 1990, ma gli ex signori della guerra controllano, spartendosi le aree d’influenza, l’intero territorio. Di più: controllano i quartieri dell’intera capitale (e seppur in minima parte ne siamo stati testimoni diretti), ogni singolo esercizio commerciale e ogni carica pubblica. Militarismo e clientelismo regnano incontrastati: “un’enorme cancro, un’insanabile metastasi che continua e uccidere il Libano”, ha chiosato Dr. Wissam Lahham, esperto in diritto costituzionale, quando abbiamo visitato il complesso della Saint Joseph University.

Capitolo a sé lo fa invece il viaggio effettuato a Sud, a Mleeta. Entrare nei territori di Hezbollah è spiazzante, dis-armante, quasi come inoltrarsi in un’area arsa e devastata in cui la vegetazione comincia sinistramente a rifiorire. Una “Linea Verde 2.0”, solo decisamente più in grande. E il rischio che tale vegetazione sia estremamente velenosa, lo si percepisce, è molto, troppo alto.

Non avendo usufruito di guide ufficiali, la visita al museo di Mleeta è stata in parte gestita dai professori USJ. Due cose, personalmente, ho percepito in maniera netta: l’immersione totale in un campo di battaglia ripristinato ad hoc da coloro che si considerano i salvatori della regione (e dello Stato libanese tutto); la costruzione di ogni singolo percorso, relitto, scritta, indicazione, video o immagine a partire dal tema della cacciata e della distruzione di un oppressore esterno, di un nemico. Insomma, una paradossale e problematica affermazione che passa per una pericolosa negazione. E che tanto ci ha fatto riflettere sulle funzioni politico-ideologiche e propagandistiche che possono assumere in altre parti del mondo luoghi “neutri” e “culturali” (per noi studenti europei) come i musei.

Le visite a Byblos e Sidone, anch’esse sotto la guida dei professori USJ, hanno ugualmente centrato alcune delle finalità dello scambio, come appunto quella di riflettere su alcune delle sfide più attuali della nostra società. Tra l’impero marittimo dei Fenici e quello delle Repubbliche Marinare passano migliaia di anni, eppure camminare letteralmente sopra le rovine di quella che oggi si chiama Jbeil, tra rocce millenarie e prodromi di alfabeto latino, e in mezzo ai cunicoli di Saida, tra antichi empori che smerciano luffa e ogni genere di spezia, mi ha fatto tornare alla mente una frase di Predrag Matvejević: «Il Mediterraneo è un immenso archivio e un profondo sepolcro» (Matvejević, 1991, p. 38). Comune, aggiungerei: se l’annoso dilemma della convivenza, tanto in Medio Oriente quanto in Europa, rimane una ferita aperta, questo viaggio ha dimostrato una volta di più che il mare che bagna queste terre (e le nostre) è uno soltanto. Così il popolo che vi dimora e che da sempre lo attraversa.

Una nota finale la meritano proprio le persone che abbiamo conosciuto in questa settimana, che tutti questi luoghi li abitano e li vivono giornalmente. Un fuoco di resistenza che, consapevole delle sanguinose e latenti contraddizioni della propria terra, tuttavia non si spegne. Gli studenti del programma ArMA in “Democrazie e Diritti umani” sono il volto sociale alternativo che lotta, e sono loro che ci hanno mostrato cos’è la passione per la “causa umana”; la professoressa e attivista Carmen Abou-Joudé e l’ONG “Act for the Disappeared” ci hanno spiegato che una politica vera, che ricordi il dolore del passato e si spenda per un futuro migliore, può esistere; gli attivisti di “Laban” e i loro progetti teatrali, una boccata d’ossigeno in mezzo al fumo soffocante della censura e della coercizione statale e poliziesca, ci hanno dato un esempio vivo di cosa significhi rivendicare la libertà di parola e d’espressione, anche e soprattutto artistica.  

Ecco che, in chiusura, si può affermare che nei confronti di noi studenti la ECG abbia realmente operato a un livello di «pre-apprendimento» (Tarozzi, 2019, p. 6), attraverso un percorso didattico iniziato in classe a marzo 2023 e conclusosi i mesi successivi (giugno 2023) con la visita degli studenti libanesi a Bologna. Gli obiettivi teorici sono infatti risultati essere allineati con le attività pratiche svolte, e credo che i rischi paventati da Mannion et al. (2011) riguardo una strumentalizzazione o una “errata” interpretazione del concetto di cittadinanza globale siano stati, nella pratica giornaliera del nostro viaggio e delle esperienze didattiche svolte, ampiamente scongiurati.

NOTE:

  1. Per una panoramica generale sul progetto di scambio “Global South 22-23”  https://site.unibo.it/representing-the-absence/en.
  2. Per un quadro completo delle attività svolte, si rimanda al sito del progetto “GS 22-23” (nota 1) e a quello del corso di “Competenze di CG”, https://www.unibo.it/it/didattica/insegnamenti/insegnamento/2022/4

Riferimenti bibliografici: 

– Andreotti, V. (2006). Soft versus critical global citizenship education. Policy & practice: A development education review, Vol. 3, pp. 40-51.

– Biesta, G., Mannion, G., Priestley, M. e Ross H. (2011). The global dimension in education and education for global citizenship: genealogy and critique. Globalisation, Societies and Education.

– Charif, M. (2022). I nodi irrisolti del pensiero arabo. Palestina, Riformismo, Jihad. (I. De Francesco, A cura di). Edizioni Punto Rosso.

– Emerson, R. M., Fretz, R. I., & Shaw, L. L. (2011). Writing Ethnographic Fieldnotes (2nd ed.). The University Of Chicago Press.

– Gramsci, A. (1975). Quaderni del carcere. (V. Gerratana, A cura di). Giulio Einaudi Editore.

– Machiavelli, N. (1984). Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Introduzione di G. Sasso, Premessa al testo e Note di G. Inglese. BUR.

– Swiss Academies of Arts and Sciences (2017). A Conflict Sensitive Approach to Field Research – Doing Any Better?. Swiss Academies Reports, 12, (5).

– Matvejević, P. (1991). Mediterraneo. Un nuovo breviario. Garzanti.

– Tarozzi, M. (2019). Global Citizenship Education. In Bourn, D. e Pasha A. (A cura di), The Bloomsbury Encyclopedia of Social justice in Education, sezione “Global Education”, Bloomsbury Publishing.


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