Pedagogia trasformativa a partire dall’ascolto trans-generazionale
Abstract
Professore associato in Pedagogia Generale e Sociale, Alessandro Tolomelli evolve il concetto di Educazione alla Cittadinanza Globale intorno ai temi della Pedagogia Trasformativa, dell’Empowerment delle comunità e sulla necessità di saper interagire con le nuove generazioni. La proposta del professore si fonda sull’idea di voler affermare e praticare l’educazione e la pedagogia come approccio trasformativo e divergente, che mira a modificare la persona e la società in senso positivo e non funzionale. Inoltre, sottolinea la necessità da parte della propria generazione di cambiare “paio di occhiali” per ridurre la distanza culturale che li separa dalle giovani generazioni e ascoltare le proposte rigenerative che queste stanno formulando per dare senso al loro futuro.
TESTO
Alessandro Tolomelli è professore associato in Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università di Bologna. È membro del Comitato Scientifico della “Collana di Pedagogia Sociale e di Storia dell’Educazione” e della Cattedra UNESCO in Global Citizenship Education (GCE) in Higher Education assegnata all’Università di Bologna.
Da sempre impegnato nel sociale, collabora con organizzazioni locali e internazionali formando figure nell’ambito educativo. I suoi interessi di ricerca si sviluppano sui temi della partecipazione attiva, della pedagogia di comunità, le teorie e i modelli dell’empowerment ed il Teatro dell’Oppresso.
Professore, potrebbe spiegare che cosa intende per ECG?
Educazione alla cittadinanza globale è un termine che attraversa tutto il mio impegno pedagogico seppur nelle mie attività di ricerca, insegnamento e impegno sociale non è una definizione che tradizionalmente uso.
Per definire ECG partirei dalla ricerca di dottorato che ho condotto sulla pedagogia della complessità di cui illustre esponente è stato Edgard Morin. L’autore sviluppa il suo pensiero in merito “alla consapevolezza della terra patria”, disegnando un’idea di cittadinanza globale che fa riferimento alla necessità di educare all’assunzione di responsabilità e consapevolezza in merito alle interdipendenze che legano i soggetti al contesto in cui vivono, all’ambiente natura e a tutte le specie viventi del pianeta.
Personalmente sono convinto che le capacità cognitive e tecnologiche di cui dispone l’essere umano siano la più grande risorsa per favorire la comprensione reciproca, la solidarietà e l’empatia. Tuttavia, si riscontra una tendenza a sopravvalutare tali capacità e sottovalutare i rischi che una messa in pratica acritica di queste porta con sé, innescando così scenari distopici già concretizzati in alcune aree del pianeta. È questo il punto di partenza del mio impegno verso ciò che definisco cultura pedagogica diffusa, cioè l’idea che la questione educativa debba essere posta al centro dell’agenda politica e del dibattito pubblico come un bene della comunità, altrimenti si corre il rischio che i legami e le relazioni che tengono unite le società si sgretolino sempre più. La pedagogia, disciplina marginalizzata rispetto alle scienze umane e sociali per molto tempo, spesso concepita come una pratica che riguarda solo l’infanzia e l’adolescenza, si rivolge a tutti gli individui, i quali continuamente devono mettersi in discussione e continuare ad imparare e prendersi cura dell’ambiente, delle nuove generazioni e dei soggetti più fragili. L’educazione ha il potere di modificare l’approccio e l’atteggiamento con cui le nostre società guardano al proprio interno e prospettano il futuro ponendo quesiti scomodi che possono indurre riflessioni e cambiamenti sostanziali.
Duccio Demetrio definisce la pedagogia come la scienza del cambiamento e mai come oggi le società hanno bisogno di cambiare modello di vita, economico e sociale. Quando parlo di cambiamento mi riferisco alla necessità di un nuovo paradigma a cui fare riferimento, alla necessità di indossare un nuovo paio di occhiali attraverso cui guardare sé stessi e gli altri, le interazioni e le interdipendenze che si creano, sia a livello globale che regionale.
Se quanto espresso finora rappresenta il mio interesse ed il mio impegno a livello macro, sono anche convinto che il cambiamento possa partire dal contesto locale per diffondersi su scala globale. Faccio ancora riferimento a Edgard Morin, che nel libro “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” definisce questo processo controcorrente generatrice ed io, nel mio piccolo, sto agendo nella speranza di generare questo processo.
Dato il suo impegno quotidiano nel sociale, potrebbe fare riferimento ad esperienze e progetti che rappresentano volontà di cambiamento e che rientrano nel quadro di ciò che intende per ECG?
Nella mia prospettiva l’educazione è una disciplina che si rivolge al territorio nella sua complessità, una disciplina cerniera che lavora sulle sinergie, sulle relazioni, che tende ad unire gli ambiti ed i contesti, che non si nasconde dietro le protezioni istituzionali che relegano il lavoro educativo a contesti e ambienti specifici.
Se, come ho sostenuto in precedenza, i processi globali hanno ricadute contingenti nel locale, gli individui possono agire sia in quanto cittadini globali sia in quanto cittadini che vivono piccoli contesti dai quali possono partire le controcorrenti generatrici attraverso le quali innescare un effetto che può avere portata globale.
Un esempio che mi viene in mente è quello della Regione Emilia-Romagna. Nel dopoguerra in regione si è sviluppato un modello di gestione della cosa pubblica basato su principi di solidarietà, progresso e socialismo, guidato da una classe politica e da una generazione di intellettuali che hanno sostenuto le comunità locali al fine di ricostruire gli ambienti di vita e le istituzioni dopo il disastro bellico. Negli anni 90’ però il modello va in crisi venendo a mancare il senso di fiducia tra e verso le istituzioni e i corpi intermedi. Crisi che affligge ancora oggi sia la sfera politico elettorale sia la sfera dell’impegno dei cittadini alla vita e alla gestione comunitaria.
Nel tentativo di porre rimedio a questa situazione, la giunta regionale ha deliberato nel 2018 la Legge 15, frutto di un dibattito sui temi della cittadinanza e della crisi di partecipazione. Concentrandosi su questi aspetti, il libro “Partecipazione ed empowerment. La realtà bolognese come caso studio” è il risultato di una ricerca che ha utilizzato due paradigmi di riferimento (l’empowerment e la pedagogia degli oppressi) per smontare la retorica della partecipazione come bene di consumo e brand commerciale. Retorica che policy-makers, amministratori e anche qualche collega continuano a difendere. La ricerca mostra come le istituzioni si siano approcciate alle sfide in chiave tecnocratica (top-down) piuttosto che scendere sul terreno e capire che cosa si stesse muovendo dal basso. Questa modalità d’azione tende a generare processi di selezione avversa per la quale le opportunità vengono colte solo dalle fasce della popolazione in possesso di un capitale culturale sufficiente ad accedere a tali opportunità ed esclude coloro che per difficoltà e processi di emarginazione su base culturale, linguistica, economica e psicologica non sono in grado di coglierle. Persone emarginate che, invece, dovrebbero essere le principali destinatarie delle politiche sul tema della partecipazione e della mobilitazione delle risorse.
Per modificare questa tendenza è necessario riattivare il dialogo e il confronto anche con i cittadini che vivono nei contesti più marginali delle città. Richiamando Paulo Freire, i processi di coscientizzazione e di liberazione del potenziale di cittadinanza sono processi che richiedono alle istituzioni umiltà e consapevolezza del proprio privilegio.
Un’altra esperienza molto significativa sul tema della partecipazione è quella dei Laboratori di Comunità del Comune di Bologna, servizi di welfare innovativo rivolti a persone vulnerabili (persone senza fissa dimora, in carico ai servizi per dipendenza patologica, affetti da disagio psicologico). I laboratori sono iniziative aperte a tutte/i che coinvolgono in azioni di cura del bene pubblico chi tradizionalmente verrebbe visto come bisognoso di aiuto dai servizi sociali. Attività simili sono una risorsa di grande valore per i territori in quanto strumento in grado di ri-generare legami di comunità partendo dalla vulnerabilità delle persone e creare relazioni tra cittadini che hanno appartenenze culturali e sociali differenti.
Nella mia visione, gli educatori socio pedagogici sono figure di assoluta importanza, tra le poche che nella pratica si impegnano in favore degli emarginati costantemente vittime di ingiustizie. Per questo sto lavorando molto alla formazione di figure educative impegnate a livello extrascolastico per aumentare la loro consapevolezza e competenza, per costruire epistemologie professionali che consentano di reggere l’urto con le nuove sfide del lavoro educativo nell’ambito del disagio adolescenziale e nell’accoglienza delle persone che vengono da altri contesti geografici, spesso vittime di migrazioni forzate.
Le sfide che le nostre società si trovano ad affrontare in questo periodo storico necessitano di azioni immediate che abbiano un effetto in prospettiva. Secondo lei quali sono le principali difficoltà ed i limiti che l’approccio da lei descritto si trova ad affrontare per avere un impatto su sfide di così grande portata? E quali invece gli elementi che possono contribuire ad affrontare le sfide storiche delle nostre società?
Tra le tante sfide che si possono individuare nel mondo globalizzato quella che sta attirando maggiormente la mia attenzione è ciò che definisco ingiustizia generazionale, ovvero il fatto che la generazione di adulti di cui faccio parte non è in grado di interagire, ascoltare e comprendere le nuove generazioni. È avvenuto in breve tempo un vero e proprio slittamento culturale, un mutamento nei riferimenti esistenziali che ha allontanato le nuove generazioni dalle precedenti, tanto che non è una follia considerarle appartenenti a due culture distinte.
Siccome credo che le sfide dell’educazione alla cittadinanza globale debbano riguardare le nuove generazioni è fondamentale rendersi conto che ci troviamo di fronte a una generazione a cui è stata sottratta la possibilità di prospettarsi un futuro degno, essendo costantemente esposte a previsioni catastrofiche sul piano ambientale e delle relazioni sociali. Tuttavia, le nuove generazioni stanno formulando prospettive composte da elementi inediti per rigenerare il proprio senso di vita ed il proprio punto di vista sulle realtà che si trovano a vivere. A questo punto però è richiesto un cambio di prospettiva a noi adulti che ci troviamo a confrontarci con questi nuovi punti di vista, per non cadere in quell’ottica paternalistica che porta a voler immediatamente giudicare le nuove e divergenti prospettive e bocciarle al minimo errore.
Dalle sue parole emergono due tematiche di particolare interesse: da un lato la mancanza di partecipazione data dalla crescente sfiducia nelle istituzioni e dall’altro la difficoltà nel dialogo con le nuove generazioni. Vista la necessità espressa di entrare in dialogo con i nuovi movimenti, come pensa sia possibile farlo? Come è possibile colmare la distanza generazionale che ha segnalato?
Il mio ultimo libro “Il valore pedagogico della divergenza” si sviluppa sull’idea che ciò che viene percepito come non bello, non di valore e non di successo possa invece avere un significato trasformativo e rigenerativo, che va valorizzato e osservato con grande attenzione. Partendo da questo punto di vista, io penso che la generazione di cui faccio parte debba provare a mettersi al seguito di proposte che magari immediatamente non capisce ma che, riprendendo ancora una volta Morin, possono essere comprese. Con questo voglio dire che è necessario allargare la personale comprensione della realtà e sforzarsi di attendere che emergano gli elementi razionali e cognitivi delle nuove generazioni. Per capire e comprendere le alternative che i nuovi cittadini stanno formulando è doveroso cambiare paradigma mentre troppo spesso ci si spende in critiche e considerazioni avventate basate su riferimenti culturali e paradigmatici ad oggi superati. Bisogna attendere che le nuove proposte diventino egemoniche, mettersi in ascolto e lasciare la leadership alle nuove generazioni, mostrando fiducia e disponibilità a supportarle.
All’interno del sito della cattedra sono state raccolte alcune delle sue pubblicazioni che si collegano ai temi della cittadinanza attiva e globale. Mi può raccontare qual è il filo conduttore che lega queste pubblicazioni e come si è evoluto il suo pensiero nel tempo?
Antonio Faeti, che considero un mio grande maestro per quanto non sia stato suo allievo, affermava che la pedagogia e l’educazione devono essere sovversive nel rispetto del principio della non violenza ed essere nutrite dagli elementi del bello e delle passioni gioiose. Così, le mie proposte paradigmatiche sono unite dall’idea di voler affermare e praticare l’educazione e la pedagogia come approccio che ha alle proprie radici ontologiche l’idea di cambiamento, trasformazione e divergenza, processo che ha come fine ultimo quello di modificare la persona e la società in senso positivo, inteso non in ottica funzionale.
Se posso permettermi la metafora, è un po’ come la Costituzione. Spesso noi italiani ci vantiamo di avere una delle più belle carte costituzionali nel mondo, peccato però che spesso venga tradita nella pratica, rimanendo una sorta di dichiarazione di intenti che raramente trova applicazione. Così, come un politico dovrebbe cercare di mettere in pratica i principi espressi nella costituzione, un pedagogista dovrebbe cercare di mettere in pratica i principi che autori come Bertolini, Montessori, Dewey e Freire hanno teorizzato. È questo un po’ il senso e l’ambizione del mio impegno professionale ed esistenziale. Quindi, per rispondere alla tua domanda con una battuta, il filo conduttore che tiene unito tutto il mio pensiero sarà il libro che scriverò tra dieci anni.
Delle tante iniziative che porta avanti con successo vi è l’impegno con Krila, compagnia che propone laboratori di primo e secondo livello di Teatro dell’Oppresso. Ci può raccontare qualcosa di più di questa realtà?
Krila nasce dall’impegno di Alessandro Zanchettin, Alessandra Gigli e il sottoscritto, Alessandro Tolomelli, tre giovani ricercatori affascinati dal metodo del Teatro dell’Oppresso. Eravamo “i tre Ali” e per questo abbiamo pensato ad un nome che ci potesse rappresentare senza però voler scegliere un inglesismo e da qui il nome Krila, che in lingua serbo-croata significa proprio ali.
A inizio anni 2000, quando collaboravamo con la professoressa Contini, abbiamo iniziato a condurre dei laboratori con studenti universitari e da queste prime esperienze è sorta l’idea di creare un gruppo che si ponesse l’obiettivo di fare ricerca e formazione utilizzando il Teatro dell’Oppresso come strumento da applicare nei vari contesti delle nostre realtà di vita.
Fin da subito abbiamo cercato di percepire Krila come uno spazio di libertà e convivialità nel quale sperimentare senza invischiarci in dinamiche commerciali, aperto al servizio delle comunità locali. Abbiamo fatto tante cose per noi davvero interessanti, tra le quali mi piace ricordare il progetto Together ideato da Barbara Santos, storica collaboratrice di Augusto Boal, a cui abbiamo partecipato tra il 2012 e 2015. Il progetto utilizzava il Teatro dell’Oppresso per interrogarsi sulla dimensione europea di cittadinanza e sulla possibilità di condividere un orizzonte culturale. Ad oggi, Krila non risulta più un’associazione ma un progetto permanente all’interno degli spazi di Camere d’Aria – Officina Polivalente delle Arti e dei Mestieri di Bologna.
TESTI MENZIONATI:
- Edgar Morin (2001). I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Milano: Raffello Cortina Editore.
- Garzya, Margherita; Giustini, Chiara; Pitti, Ilaria; Tolomelli, Alessandro & Volturo, Stella (2014). Partecipazione ed Empowerment. La realtà bolognese come caso studio. Milano: Franco Angeli.
- Tolomelli, Alessandro (2022). Il valore pedagogico della divergenza. Milano: Guerini Scientifica.
